Lucani altrove. Un popolo con la valigia


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tra grattacieli e ranchitos

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...di prim'ordine: piscine olimpioniche, campi da tennis e bocce, lunghi viali alberati, aiuole colorate e ampi prati all'inglese. Un'oasi di benessere nel cuore della città, circondata dai “ranchitos”, le baracche di cartone e mattoni, senza acqua corrente, senza servizi, senza fogne. Solo in qualche ranchito c’è la luce, collegata abusivamente ai vicinissimi, lussuosi palazzi che li affiancano. Collegata, forse, anche alla fornitura elettrica del centro italo-venezuelano.

È forte il contrasto, ma qui nessuno sembra farci caso. È la normalità da queste parti.

Il centro è stato costruito interamente dagli italiani. Ed è qui che gli italiani di Caracas si incontrano,
leggono, pranzano, si sfidano in memorabili tornei di carte o bigliardo. È qui che hanno il loro teatro, la biblioteca, il bar, dove servono un discreto caffè espresso. Arrivano da tutta Italia, anche se ciascuno mantiene i propri riferimenti regionali e finanche paesani, conservando gelosamente dopo decine di anni abitudini, dialetti, tradizioni.

Tra piante tropicali e fontane, tra marmi e tendaggi raffinati, gli italiani che “ce l'hanno fatta” celebrano la loro condizione di emigranti che hanno trasformato in realtà il sogno dei nonni che partirono dal paese con la valigia piena solo di speranze.
In questo angolo di mondo hanno trovato la propria fortuna e, si capisce, non andrebbero mai via di qui. Neanche ora che si sentono colpiti direttamente nei loro interessi dal governo di Chavez, neanche ora che le strade di Caracas sono sempre meno sicure, anche per gli italiani.

Il pericolo è all'angolo di ogni strada, anche sotto forma di piccoli furti che spesso hanno sviluppi tragici. Antonio Spina, origini moliternesi, qui da 45 anni, racconta, ancora sconvolto, agli amici incontrati come al solito nel bar, la scena cui ha assistito un suo collega italiano la sera prima in una strada del centro, a due passi da casa, dove un altro parrucchiere di origini italiane, Bruno, è stato ucciso a colpi di rivoltella semplicemente perché indossava un paio di scarpe nuove. Lo ha aggredito una delle tante bande che spadroneggiano in città, e che agiscono più per fame e disperazione che per malvagità o strategia politico-criminale. Alla sua reazione qualcuno gli ha sparato. Poi gli hanno portato via le scarpe lasciandolo morente sul selciato. Antonio non riesce a darsi pace, anche qui che si sente al sicuro, circondato dagli amici di sempre che gli fanno coraggio davanti a una buona tazza di caffè.

Fino a qualche anno fa, racconta, qui era tutto diverso: la criminalità era confinata nelle periferie, il governo era vicino agli imprenditori e in genere a tutti quelli che rischiavano in proprio, gli italiani erano ovunque ben visti. Insomma, il Venezuela era uno dei posti migliori al mondo dove vivere e fare buoni affari.

Spina, giovanissimo parrucchiere, raggiunse il padre qui a Caracas nel 1951. Non ha cambiato mestiere, ma è certamente cresciuto, e oggi dirige tre saloni di bellezza con trenta dipendenti. Una moglie praghese, un figlio ingegnere, due nipotini che adora. “Il Venezuela non attraversa un buon momento - dice - ma qui le donne non rinuncerebbero mai alla cura della propria bellezza, a costo di qualsiasi sacrificio!”. A Moliterno rimane vicino con il cuore, ma anche con atti concreti di cui va particolarmente orgoglioso. In uno dei suoi saloni, ad esempio, lavora Diana, vent'anni: ha la pelle scura, ma suo padre è arrivato qui proprio dal centro della val d'Agri.

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