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il libro
di Lina Wertmüller
Fra Oblomov e i Basilischi
Restare o andare. Lasciarsi prendere dall’incanto un po’ paludoso della vita di paese, o tentare l’avventura dell’emigrazione. È stato un grande problema per generazioni di giovani del sud. Un sud che ai suoi “fuggitivi” ha però consegnato in dote grandi chanches, grazie alle quali sono diventati il sale della terra dovunque abbiano deciso di fermarsi.
È incredibile pensare a quanta gente di Basilicata si ritrovi oggi nelle Americhe, in Australia, nelle grandi città europee; gente che ha fatto carriere eccezionali tirando fuori il meglio di sé proprio quando si è trovata lontano da casa, libera da quell’atmosfera di paese che finiva spesso con lo spezzare ogni iniziativa personale, facendo perdere la fiducia nelle proprie possibilità.
Il mio primo incontro con la Basilicata, regione dove la mia famiglia era approdata più di un secolo fa al termine di un lungo itinerario da Zurigo attraverso Napoli, avvenne agli inizi degli anni ’60. Ero in viaggio con due carissimi amici, il produttore cinematografico Nello Santi e la moglie Franca, e la destinazione finale era Portella della Ginestra, dove Francesco Rosi stava girando il suo film su Salvatore Giuliano. Arrivati in Puglia, decisi di fare una piccola deviazione verso il paese dove era nato mio padre, Palazzo San Gervasio, un luogo dalla antica, struggente bellezza. Qui incontrai la famiglia del fratello di mio padre, che faceva il farmacista.
Fu un incontro straordinariamente affascinante, dal quale nacque l’idea del mio primo film. Per la precisione presi spunto dalla vicenda di un mio cugino, che era venuto a Roma a studiare farmacia; fece tutti gli esami ma poi non prese mai la laurea. Perché? La spiegazione la cercai in un certo “oblomovismo” che caratterizzava la vita delle piccole comunità del sud, chiuse nella loro quotidianità sempre uguale a se stessa.
In un primo momento avevo pensato proprio di fare un esplicito richiamo nel titolo del film a Oblomov, l’anti-eroe russo diventato il simbolo di una vita condotta all’insegna dell’indolenza. Poi prevalse, insieme alla tenerezza e alla passione che mi ispiravano le storie che raccontavo, la mia visione ionica, e i personaggi del flm divennero “i Basilischi”.
Accomunavo così in maniera un po’ grottesca la loro pigrizia, la mancanza di fiducia, l’assenza di iniziativa al destino eroico del mitico, leggendario basilisco: bruciare nel fuoco per rinascere a nuova vita.
Erano, appunto, gli anni della scelta difficile tra lasciarsi risucchiare dalla vita di paese o prendere le vie dell’emigrazione. Un altro personaggio del film giustamente obiettava: “Ma se ce ne andiamo tutti, qui chi resta?”.
Oggi fortunatamente la scena è cambiata. Chi ha fatto la scelta del paese, ma in maniera attiva e consapevole, si trova addirittura avvantaggiato. Lo sviluppo delle comunicazioni e le nuove tecnologie possono offrire grandi possibilità anche a chi è rimasto, e può mettere a frutto quel patrimonio di ricchezza umana, di sensibilità, di imprenditorialità, di coraggio e di idee che una regione come la Basilicata è in grado di offrire.
Una regione, mi verrebbe da dire ricorrendo ancora una volta all’ironia, rimasta fortunatamente indietro, dove cioè l’avanzare della cosiddetta “civiltà”, che altrove ha provocato grandi disastri, non ha ancora cancellato in maniera irreparabile quel mondo antico di straordinaria e segreta bellezza rappresentato dai nostri paesi.